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Intervento del Prof. Paolo Savarese (docente di filosofia del diritto presso l'Università di Teramo).

Interrogarsi sulla legalità


Interrogarsi sulla crisi della legalità può apparire scoraggiante, per la confusione di termini, presupposti, implicazioni. Le cose non stanno diversamente per l'etica e il suo universo di riferimento. In un mondo in cui lo sfondo del pluralismo è ormai un nichilismo che corrode gli strumenti più elementari della comprensione della legalità come della moralità, ma anche e ancor più dell'autocomprensione dell'uomo, non sembra più possibile un confronto su tali tematiche che non sia confinato nella superficialità di un dissenso sgrammaticato e ininfluente o nell'inconcludenza di un consenso apparente. Il consenso riguardo ai principi può anche apparire facile, ma solo perché nominale, cioè vuoto e poco impegnativo. Proprio sui principi, invece, si annida il dissenso radicale sull'autocomprensione dell'uomo e, di conseguenza, nella concezione e nel senso della legalità.
Il richiamo alla dignità dell'uomo sembra condiviso, ma quale legame può mai esserci tra una concezione quantitativa, per cui la dignità si confonde con la capacità di produrre prestazioni e consumare, e una qualitativa, per cui ciascun essere umano è infinitamente al di là di ogni sua dimensione direttamente misurabile? Quale consenso può esserci tra chi ritiene che tener fermo alla verità e alla sua conoscibilità, pur nei limiti della condizione umana, sia immorale, violento e chi, all'opposto, sa, ascoltando Cristo, che la verità ci farà liberi? La differenza è irriducibile, ma solo riconoscendola si può aprire il confronto senza ipocrisie e su un piano di parità. Il punto è forse ancor più decisivo per chi, ritenendosi estraneo al nichilismo, ne è invece inconsapevolmente condizionato negli strumenti di interpretazione del mondo e di sé. La nozione di struttura di peccato, feconda ma di difficile precisazione, può trovare applicazione, oltre l'ambito delle relazioni sociali ed economiche, ai condizionamenti culturali con cui e mediante cui guardiamo e interpretiamo il mondo, le relazioni interumane, il modo stesso di comprendere e utilizzare gli strumenti disponibili della tecnica. A tale livello la distorsione svia e inficia metodologicamente il nostro sguardo, incatenandolo a un errore che si riproduce in ogni movimento dell'occhio, che finisce per proiettare ombra, forse tenebra, sulle azioni umane e sul mondo cui quelle danno forma e consistenza.
Circa la legalità, è avvolta da una confusione annidata nell'occhio dell'interprete ben prima che nell'oggetto dello sguardo. Il richiamo alla legalità oscilla dall'illusione che in essa vi sia la panacea civile e morale, all'uso aggressivo, o demolitorio, degli strumenti che offre. La contaminazione dell'occhio è però più profonda, perché inficia l'autocomprensione in rapporto agli strumenti giuridici e, prima, alle fonti della legalità. L'occhio non cerca più un ordine delle relazioni interpersonali e sociali che lo precede e chiede di esser custodito, ma si dedica piuttosto alla ricerca del proprio utile o alla rilettura del mondo secondo propri schemi di giustizia utopicamente precostituiti. Se non si mettono in questione, non si richiamano alla visibilità tali livelli e componenti della lettura del mondo e di se stessi, ogni discorso su tematiche come legalità, etica, valori, ecc., resta imprigionato nel frammento e appiattito sulla lettura sintomatica dei tanti disagi conseguenti l'estraneazione dell'uomo dal mondo e da se stesso. Le cause dell'attuale cecità sono profonde, con radici lontane, ma solo riappropriandoci di noi stessi in rapporto alla realtà in quanto creata, nella sua spesso sfigurata bellezza che ci chiama a sé e ci avvince, possiamo frenare la spinta verso l'autodissoluzione. A tal fine occorre compiere quella rotazione dell'occhio che può ridarci alla vista di ciò che conta così come ci viene incontro, obbligandoci almeno a prenderlo in considerazione. Da questo atteggiamento, riversato nei rapporti interpersonali e sociali come nelle pratiche professionali, nasce il diritto e ha la sua fonte la legalità e il suo senso; esso è un primo passo di conversione intellettuale che si declina come volgersi al verum e, quindi, mediante questo, al bonum e al bonum commune. Solo così si può scorgere quanto il verum/bonum mi concerna e sia talmente vitale nella mia autocomprensione e nella mia stessa condotta da non ammettere di essere ignorato. E' una via alla fecondità non solo nelle relazioni interpersonali, ma anche nella pratica delle professioni, non ultime quelle a primario contenuto tecnico e applicativo che, a torto, possono apparire lontane dalle contrade del senso.
Chiudo con una nota sui problemi ambientali. Il contributo del cristiano si fonda sul mandato di Dio ad Adamo di custodire e coltivare la terra, il creato, non un ambiente qualsiasi. Ciò presuppone in primis di non divinizzare abusivamente l'ambiente espellendo l'uomo e lasciandolo al suo immanente destino di autodissoluzione e morte. La prospettiva antropologica che muove dal primato dell'uomo ubbidiente al mandato del Creatore ha anche enormi potenzialità nel ricercare soluzioni tecniche dei problemi che assillano l'umanità, come energia, acqua, rifiuti. Il Creatore, infatti, ha incluso nel creato tutte le risorse necessarie per la vita, ma le ha nascoste, rese controintuitive, affidando alla nostra intelligenza e dedizione il mandato di trovarle e attuarle. Se il mondo è solo ambiente, la fiducia in tale livello di potenzialità della terra non può non mancare e il nostro futuro è consegnato alla tristezza. Occorre uscire dalla scotosi e il lavoro del tecnico può fiorire come cooperazione con il Creatore e Redentore, divenendo obbediente e matura, all'Incarnazione del Verbo.

 
 
 
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