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Eventi

  

 

MERCATO, ETICA  E  LEGALITA’


In termini volutamente “provocatori” Guido Alpa scriveva qualche anno fa (Istituzioni di diritto privato,1994, 41) che il principio del "libero mercato" è frutto di una autentica mistificazione;
che l'avvento di uno Stato federalista (come quello che sembra ora profilarsi non solo all’interno del nostro ordinamento, secondo le intenzioni della “Lega”, ma anche nella prospettiva della Unione Europea) avvantaggia le Regioni più ricche e produttive rispetto a quelle più povere ed economicamente deboli
che la ribellione fiscale sottrae i più abbienti al dovere di contribuzione per il sostenimento della spesa pubblica;
che lo smantellamento dello Stato sociale a vantaggio delle  privatizzazioni penalizza i meno abbienti;
che i programmi politici relegano la solidarietà alla manifestazione spontanea del "buon cuore" e praticano l’individualismo egoista e il liberalismo selvaggio

Se questo quadro fosse vero dovremmo chiederci se la solidarietà in senso giuridico sia giunta alla fine;  ovvero, in altri termini,  dove è finita l’inderogabilità dei doveri di solidarietà politica economica e sociale (proclamata dalla dottrina sociale della Chiesa e dalla nostra Carta costituzionale nei suoi primi articoli), in un contesto in cui i diritti fondamentali non trovano tutela.

In particolare, dovremmo chiederci dove è finito il messaggio più incisivo contenuto nell’art. 3 cpv. della Costituzione il quale individua, come compito fondamentale della Repubblica,  quello di

rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” . ?

D’altra parte, non è vero che il di mercato è incompatibile con un quadro di regole, anche severe, che ne condizionino le modalità di svolgimento.  Se così fosse,  l’uomo  finirebbe per avvitarsi in una spirale senza fine, diventando esso non più beneficiario, ma vittima del sistema pubblicitario, funzionale ad un consumo che giustifica solo sé stesso e non il bene da consumare in vista di un interesse da soddisfare.

La dottrina sociale della Chiesa ci insegna che l’uomo non può mai essere un mezzo, ma solo il fine di ogni attività o disciplinapolitica ed economia si giustificano solo in quanto sono al servizio dell’uomo e non viceversa. (in tal senso, si esprimeva anche N. BOBBIO,  in risposta a C. Romiti,  sul tema "L'etica del profitto" , in La  Stampa del 10.1.1989).

Le regole del mercato non nascono dalla composizione contrattualistica degli interessi dei mercanti.  Il dovere di osservare la correttezza professionale, prescritto dalle leggi sulla concorrenza non si riferisce a ciò che  gli  imprenditori ritengono corretto, ma a ciò che la  società ritiene corretto nella attività di mercato.   Giustamente affermava OPPO:     “le regole che coinvolgono gli interessi della collettività non possono essere autonomamente poste dal mercato o dai gruppi senza controllo sociale.

Eppure, lasciato libero a se stesso, il mercato inesorabilmente distrugge i soggetti più deboli.

Occorre allora riscoprire il significato autentico e il senso giuridico della solidarietà come sinonimo di legalità.       Nel momento stesso in cui si  riscopre la dignità della persona,   si riconosce che la tutela dei suoi diritti non si esaurisce in chiave economica e si ammette che l’etica degli affari non può arrestarsi alle soglie della disciplina legislativa:  in altre parole, la regolamentazione giuridica non può non risolversi in chiave di solidarietà.

La  "Centesimus annus"  ammoniva che ci sono beni collettivi e qualitativi  che non  possono  essere soddisfatti  con i soli meccanismi del libero mercato


Per rendere tutto questo possibile occorre prestare maggiore attenzione ai nuovi temi del diritto alla salute, del diritto all'informazione, della tutela contro i prodotti dannosi, della tutela dell’ambiente ecc.. tutti diritti che consentono a ciascuno di trasformarsi in cittadino consapevole e non più suddito del mercato.     Ed è proprio in questa direzione che dovremmo imparare a giudicare le scelte politiche, assumendo il valore della solidarietà come sinonimo di legalità.

Certo, la legalità non può essere confusa con l'assistenzialismo o con le provvidenze di tipo clientelare.

Non ha senso predicare da un lato forme di integrazione a livello transnazionale e  dall’altro  coltivare logiche regionali, municipali o addirittura aziendalied è altrettanto contraddittorio  che da un lato si inviino provvidenze alimentari ai Paesi in via di sviluppo e dall'altro, in rapporto alla sovrapproduzione agricola dei Paesi CEE, si paghino sussidi  agli agricoltori perché non  producano o si  comprino i loro prodotti al  solo fine di distruggerli.


La solidarietà è anzitutto legalità.


La libertà economica, e l’autonomia  del mercato in tanto hanno un senso in quanto si inquadrino in un preciso contesto di limiti giuridici.   Del resto, se persino le libertà personali - che la nostra Costituzione colloca tra i diritti fondamentali - possono esser limitate, non si vede perché  la libertà economica che pure la Costituzione colloca nel diverso contesto dei rapporti economico-sociali, dovrebbe essere  esclusivamente ricondotta all'individualismo,  alla concorrenza selvaggia, o all’egoismo brutale che affida all’accidentale spinta caritativa gli interventi a favore dei più deboli.

In questi termini, la solidarietà  non è  soltanto un principio che attraversa trasversalmente tutta una serie di  tutele costituzionali, né è soltanto un limite alla potenzialità di svolgimento della dialettica mercantile,  ma  anche  essenza stessa del diritto e della legalità il diritto è, infatti, necessariamente solidaristico, essendo fondato sul bilanciamento di interessi contrapposti.

Il rapporto tra mercato e legalità si pone, dunque, come equivalente del rapporto tra mercato e ordinamento giuridico.


***


LE ENCICLICHE SOCIALI


In questo contesto le Encicliche sociali offrono una preziosa guida alla nostra riflessione.   Esse ci ricordano che la dignità umana resta il valore centrale di ogni giusto ordinamento dei rapporti economici, aggiungendo,  che la considerazione oggettiva del lavoro alla stregua di un bene economico  suscettibile di un prezzo di mercato non è di per sè incompatibile  con la dignità umana del lavoratore.

La Chiesa non condanna questo modo di considerare il lavoro, certamente inseparabile dall'economia industriale, ma si preoccupa di  evitare che esso trascenda in conseguenze pregiudizievoli alla sicurezza, alla libertà ed alla dignità umana.


All’inizio della terza rivoluzione industriale, caratterizzata dall’impatto delle nuove tecnologie, si pone un altro grave problema etico:  la compatibilità della moderna società tecnologica con il  postulato umanistico del lavoro.  

Le encicliche sociali (ad es. Laborem exercens)  sottolineano l'esigenza che venga rispettata una "etica dei mezzi", ovvero di un aspetto della morale determinato dai valori strumentali  dell’efficienza e della produttività in coerenza con le indicazioni fornite dall'analisi economica dei costi e dei benefici.

Sotto questo profilo è del tutto erroneo demonizzare l’impresa moderna.   

Piuttosto, il capitalismo industriale non deve  dimenticare che  in un  sistema economico l’organizzazione del lavoro incide direttamente sull’ uomo-persona.  Esso, dunque, deve andare oltre la mera dimensione economicistica per recuperare una dimensione "morale e culturale".

Secondo la "Sollicitudo rei socialis"  il vero sviluppo non può consistere nella semplice accumulazione di ricchezza e nella maggiore disponibilità di beni e servizi, se questo risultato si ottiene a prezzo del sottosviluppo delle moltitudini, e senza la dovuta considerazione per le dimensioni sociali, culturali e spirituali dell'uomo.

A questa affermazione si giunge dopo aver considerato che assai spesso ingenti ricchezze, che potrebbero essere destinate ad incrementare lo sviluppo dei popoli, sono invece utilizzate per l'arricchimento di pochi individui o gruppi, ovvero per ampliare gli arsenali militari, sia nei Paesi sviluppati, sia in quelli in via di sviluppo, senza rispettare alcuna vera priorità.

Oggi più che mai, a causa di una crisi economica di proporzioni mondiali, una moltitudine crescente di uomini e donne, bambini e anziani soffre sotto il peso intollerabile della povertà.   A tutta questa schiera di sofferenti rivolge la sua considerazione anche l’ultima Enciclica (Caritas in veritate)  nella quale si considera per la prima volta la novità dell’alienazione da disoccupazione e da precarietà  (diversa dall’alienazione denunciata da Marx  in rapporto al processo di sfruttamento del lavoro).

Ancora oggi viene spesso soffocato il diritto alla iniziativa economica, diritto importantissimo non solo per il singolo, ma anche per il bene comune l'esperienza insegna che la negazione di un tale diritto o la sua limitazione in nome di una pretesa "eguaglianza" di tutti distrugge la  creatività  dell'uomo

Va dunque denunciata l’esistenza di meccanismi economici finanziari e sociali che, benchè manovrati dalla volontà degli uomini, funzionano spesso in maniera quasi automatica rendendo più rigide le situazioni di ricchezza di alcuni e di povertà degli altri. Assai spesso tali meccanismi, azionati dai Paesi più sviluppati, finiscono col soffocare o condizionare le economie dei Paesi meno sviluppati.

CRISI  DELLA LEGALITA’

La crisi della legalità si manifesta anzitutto nella esplosione della grande criminalità, anche se non si esaurisce in questa.
Preoccupante è anche l’aumento della piccola criminalità per la diffusa assuefazione ad essa, quasi che si trattasse di un male inevitabile.
Cresce a dismisura il numero di delitti che restano impuniti perché i loro  autori restano ignoti; aumenta il numero delle vittime dei crimini i quali non sporgono più denuncia ritenendola del tutto inutile;     si vanifica il senso della legalità

Le risposte istituzionali sono assai spesso deboli e confuse.   Manca quella mobilitazione delle coscienze civili, necessaria per affrontare il fenomeno criminoso, assai spesso favorito da una diffusa omertà.

Una lotta efficace alla criminalità richiede una migliore attività di controllo e di repressione da parte degli organi di polizia e dell’autorità giudiziaria, nonché la disponibilità di strumenti materiali e processuali per rendere più sollecita ed efficace la giustizia penale.

Numerosi e diversificati sono altri  fatti che contribuiscono alla crisi del senso di legalità:  tra questi, l’eccessiva produzione legislativa (sempre più condizionata dalle necessarie coerenze con molteplici fonti di diversa natura e rango (le norme internazionali, quelle comunitarie, le norme regionali e quelle statali, il cui confronto non è sempre agevole), per non parlare dell’ oscurità del lessico normativo, il difetto di coordinamento tra legge e legge, l’ambiguità interpretativa, il che compromette fortemente la certezza del diritto e le continue elusioni.

A ciò si aggiunge il fatto che le violazioni della legge non hanno spesso un’effettiva sanzione, sia per carenza delle strutture di accertamento delle violazioni o per ritardo degli interventi repressivi.
L’opinione diffusa che si può disubbidire, senza costi, alle leggi dello Stato, trova la sua causa  nel frequente ricorso alle amnistie ed ai condoni  (cfr. da ultimo, il regime dei c.d. “scudi fiscali”), il che annulla del tutto la forza precettiva delle norme, alimentando la convinzione che la furbizia viene sempre premiata e che il “fai da te” contro le regole può essere considerato pienamente legittimo.

ETICA E LEGALITA’

Perché la vita sociale si possa sviluppare secondo autentici principi di legalità  -  sono necessarie alcune condizioni:

l’esistenza di chiare regole di comportamento che antepongano il bene comune agli interessi egoistici;correttezza e la trasparenza dei procedimenti che portano alla scelta di norme ed alla loro applicazione, in modo che siano percepibili e controllabili le ragioni, e gli scopi  che le hanno provocate;stabilità delle leggi che regolano la convivenza civile;’efficienza delle strutture sociali che consentano a tutti, senza bisogno di protezioni particolari, l’attuazione dei propri diritti, in modo da evitare l’ ipocrisia di una fatua proclamazione di diritti senza le garanzie di un effettivo godimento;’attenzione prioritaria agli interessi meritevoli di tutela di coloro che per la loro debolezza non hanno né la voce per rappresentarli né la forza per imporli alla considerazione degli altri;necessità che i vari poteri dello Stato non sconfinino dai loro ambiti istituzionali e che la loro funzione di reciproco controllo non sia elusa attraverso collegamenti trasversali tra coloro che vi operino (partiti, sindacati, gruppi di pressione).

In conclusione, l’autentica legalità trova la sua motivazione essenziale nella moralità dell’uomo, e proprio per questo la condizione primaria per lo sviluppo del senso di legalità è la presenza di un vivo senso dell’etica come dimensione fondamentale e irrinunciabile della persona.    

Solo in tal modo l’attività sociale si potrà svolgere nel rispetto della persona e dei suoi diritti fondamentali e solo a queste condizioni il desiderio di giustizia e di pace – diffuso in tutti gli uomini – potrà diventare realtà.   


Raffaele Foglia


 
 
 
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